KIRCHEGAARD

 






 






Kierkegaard è il filosofo più celebre della Danimarca.

 La sua vita è breve, segnata da dolore e sofferenza e non è segnata da grandi eventi che hanno segnato il suo pensiero e la sua filosofia. Ebbe una vita cupa e malinconica anche a causa della presenza di padre anziano, ma severo che segna la sua vita in senso negativo. Il padre fa vivere la famiglia in uno stato d’animo angosciante poiché pensa che la famiglia dovesse subire un CASTIGO DIVINO (senso di colpa e di minaccia sulla famiglia). Il padre Kierkegaard dice di sentire una “scheggia nelle carni” = senso di dolore sordo, costante. Ciò condiziona la sua filosofia Lutti gravi in famiglia in poco tempo → tragicità. Era predestinato a diventare pastore protestante, ma non esercitò la sua professione. Fondamentale è la rottura del fidanzamento con Regine Olsen (donna molto importante per lui) per amore nei suoi confronti, per non trascinarla nel suo castigo divino. Lasciò Copenaghen e andò verso Berlino per motivi di studio.

-PROBLEMI CON LA CRITICA E LA CHIESA La sua filosofia subì invettive polemiche dal giornale “Corsaro” rivista satirica → lui ne soffrì molto. Ebbe anche dei contrasti con la chiesa Danese, spesso incoerenti. La religione per lui ha un’importanza enorme, si fonda su un rapporto privato, intimo e diretto tra Uomo e Dio. Kierkegaard ha prodotto un’enorme mole di scritti, possono essere divisi in:-Papirer: migliaia di carte che contengono parte del suo 

DIARIO-gli scritti di carattere religioso (polemica con la chiesa danese), questi scritti portano la sua firma e sono destinati alla comunicazione diretta delle sue idee alla comunità-le opere di carattere filosofico: pubblicate ogni volta sotto pseudonimi diversi, destinate alla comunicazione indiretta del suo pensiero. (espressione latina che significa “o questo,o quello” una scelta esclude l’altra) Vivere e scrivere per Kierkegaard sono la stessa cosa, poiché egli è convinto che chi scrive debba identificarsi profondamente con il contenuto che trasmette. Il ricorso a generi appartenenti all’ambito narrativo (diario o lettera) gli permette di parlare in prima persona; in più l’uso di pseudonimi gli consente di concretizzare il contenuto dello scritto in una personalità ben definita. La comunicazione filosofica non può consistere nella trasmissione di una dottrina compiuta, ma è piuttosto la realizzazione di ciò che il filosofo definisce “ ” → modalità comunicativa adottata da Kierkegaard nei propri scritti filosofici. Si contrappone alla comunicazione di massa, anonima e impersonale, perché si rivolge al singolo nella sua unicità, cercando di trasformarlo e non soltanto di trasmettergli informazioni. Non ricorre quindi alla forma espositiva del trattato (adatta alla trasmissione di un sapere oggettivo e concluso) ma preferisce quella narrativa del diario o della lettera. Diventa quindi uno scambio personale tra il parlante e il suo interlocutore.

-LA FUNZIONE DEGLI PSEUDONIMI Kierkegaard non espone mai un pensiero impersonale, ma si esprime sempre nel racconto di un singolo personaggio (non può esistere una verità oggettiva poiché l’esistenza può essere compresa solo attraverso l’esperienza individuale). Se la verità non è qualcosa di impersonale, ma è NECESSARIAMENTE SOGGETTIVA, allora anche la trasmissione del pensiero può avvenire soltanto attraverso le parole di uno specifico soggetto. Più che pseudonimi sono ETERONIMI poiché devono essere intesi come un alter ego, una diversa personalità che l’autore assume nel raccontare una storia. Non serve a proteggere l’anonimato dell’autore ma gli permette di assumere identità differenti senza doversi effettivamente identificarsi con alcuna di esse. Gli consente di raccontare l’esistenza ogni volta attraverso gli occhi di un diverso individuo. I nomi scelti da Kierkegaard non sono casuali, ma alludono alla personalità dei diversi narratori. Essi inoltre dialogano tra loro da un'opera all’altra producendo quello che è da lui definito un “ ” ( → PIRANDELLO, uno nessunocentomila) nel quale sono rappresentate le varie . Kierkegaard ritiene che la comunicazione filosofica della sua epoca sia caratterizzata dall’ “ ”, perché l’autore e il suo modo di viverenon sono coerenti con i contenuti da lui scritti. Kierkegaard osserva che i filosofi sistematici, a cominciare da Hegel, non realizzano nell’esistenza quotidiana il messaggio trasmesso nelle loro opere, non sanno testimoniare con la loro vita le idee che difendono e in cui affermano di credere


 Dedica la sua tesi di dottorato alla figura di Socrate. Socrate, l’uomo che che accetta di andare incontro alla morte pur di non rinnegare ciò che ha insegnato ai propri discepoli, è l’esempio più evidente di una perfetta compenetrazione tra vita e pensiero, della filosofia intesa innanzitutto come IMPEGNO PERSONALE. Kierkegaard si sofferma sul significato dell’ironia socratica → è un atteggiamento di dissimulazione, il filosofo di finge ignorante per nascondere la propria sapienza che consiste proprio nella consapevolezza della propria ignoranza. Socrate finge di non sapere per spingere l’interlocutore a esporre le proprie conoscenze e, interrogandolo, indurre anche lui ad ammettere la propria ignoranza ed ad intraprendere il cammino verso la ricerca della verità (verità = costante impegno di ricerca personale). NON ESISTE UNA VERITÀ OGGETTIVA poiché l’unico modo per cogliere la verità è una “via soggettiva”. La verità non è mai verità-in-sé ma è sempre verità-per-qualcuno, poiché l’esistenza può essere compresa sempre e soltanto dall’esperienza individuale. Le possibilità esistenziali che si dischiudono di fronte all’individuo sono tre:-vita estetica-vita etica-vita religiosa Sono individuate e analizzate principalmente in Aut-Aut e in Stadi sul cammino della vita. La vita estetica è quella di colui che cerca il godimento immediato e la variazione continua delle situazioni di piacere, illudendosi così di evitare un’autentica scelta. É destinata a culminare nella disperazione → figura del seduttore. L’individuo ricerca costantemente la bellezza e il piacere, ciò che conta è non lasciarsi sfuggire alcuna occasione di appagamento.

-DON GIOVANNI di Mozart. (incarna la seduzione sensuale) Don Giovanni vive passando da una conquista all’altra inseguendo il godimento immediato senza chiedersi se e quanto le sue azioni siano buone. Non compie mai davvero una scelta che implichi una qualche assunzione di responsabilità, vive un’esistenza amorale. É sempre alla ricerca dell’emozione della conquista ma quando finalmente la raggiunge tale emozione svanisce costringendolo a ricominciare la sua caccia. Passando da un’amante all’altra egli passa da una possibilità di vita a un’altra senza mai realizzarne una fino in fondo. In questo senso la vita estetica non è altro che il ripetersi dell’identico nel diverso, e pertanto non può che generare noia. L’esteta non decide mai chi essere e proprio questa mancanza di identità si traduce in una perdita di senso. La noia si trasforma quindi in disperazione nel non riuscire a dare un senso alla propria vita.

-JOHANNES (diversi elementi dell’esperienza autobiografica di Kierkegaard) Johannes ha una psicologia più complessa rispetto a Don Giovanni. Non cerca di conquistare molte donne ma si concentra su una, Cordelia. Per lui la seduzione non è un gioco dei sensi, bensì un raffinato gioco intellettuale che egli cerca di prolungare poiché è consapevole del fatto che il suo piacere dura soltanto finché esiste il desiderio. Egli non mira mai al reale possesso dell'amata, ciò che lo interessa è il pensiero del possesso, l'immaginare che potrà ottenere ciò che vuole. Per questo si comporta in maniera imprevedibile e una volta che il cuore della giovane è conquistato egli crudelmente la abbandona. L'esito ultimo non potrà che essere la disperazione, poiché nessuna scelta viene compiuta e la vita resta ugualmente priva di senso. DALLA DISPERAZIONE ALLA SCELTA L’unica alternativa alla disperazione è la scelta SCELTA → La dimensione fondamentale della vita, intesa come la rosa di possibilità che si aprono davanti al singolo e tra le quali il singolo è tenuto a scegliere. la scelta avviene tra alternative incompatibili e inconciliabili (locuzione latina aut aut, l’una esclude l’altra). Bisogna compiere il salto verso una nuova dimensione, un nuovo stadio esistenziale. Soltanto scegliendo l'essere umano può evitare la disperazione, poiché in questo modo conferisce un senso alla propria esistenza. Il sentimento di disperazione riceve in ultima analisi, un giudizio positivo da parte del filosofo poiché è proprio la disperazione che motiva l'uomo a scegliere di accedere a una diversa dimensione di vita: LA VITA ETICA. la seta segna il passaggio dallo stadio estetico allo stadio etico, questo passaggio non è graduale, è piuttosto uno stacco netto. La vita Etica è la vita di colui che sceglie di assumersi le proprie responsabilità, al fine di far aderire la scelta individuale all'universale delle leggi . GIUDICE WILHELM Il giudice Wilhelm è identificato dal suo lavoro, svolgere l’attività di giudice implica infatti l’aver preso un impegno con se stessi e con lo Stato, e avere un ruolo di grande responsabilità verso l’intera collettività. Il giudice è anche un marito fedele (APOLOGIA DEL MATRIMONIO). Ritiene che il matrimonio nobiliti l’amore romantico, al sentimento si aggiunge l’impegno etico e la benedizione divina. Il suo interlocutore privilegiato è proprio Johannes, nel tentativo di convincerlo che il vero amore sia quello capace di compiere la scelta quotidiana dell’altro. Secondo il filosofo è l'uomo etico a essere davvero libero, perché la vera libertà non consiste nel non avere limiti da rispettare, ma risiede nella possibilità di autodeterminarsi, di scegliere quotidianamente chieste re e di mantenersi fedele alle scelte fatte. Il giudice può essere ritenuto il prototipo di borghese ma in realtà incarna l’eticità stessa (è inserito in ogni categoria etica di Hegel → FAMIGLIA, SOCIETÀ CIVILE E STATO). LA MALATTIA MORALE In questo stato tuttavia l’individuo corre il rischio dell’omologazione, molti non fanno altro che adattarsi alle pratiche della collettività (ci si sposa perché tutti lo fanno). Di fronte alle leggi a cui è chiamato a confrontarsi si avverte la tentazione del peccato → desiderio di sfuggire a tali imposizioni. Anche qui, come nella vita estetica, si arriva alla disperazione perché l’uomo prova un senso di colpa per la propria inadeguatezza. In un’opera intitolata “ quel sentimento che l’individuo prova nel confrontarsi con se stesso e con la propria finitezza. L’uomo può decidere di non accettarsi, come fa l’esteta, oppure può accogliere la propria condizione, come fa l’uomo etico, ma in entrambi i casi la disperazione li tormenta. La via d’uscita da questa condizione è ancora una volta la scelta di un tipo diverso di esistenza: LA VITA RELIGIOSA. La vita religiosa è la scelta, compiuta in solitudine, di colui che si abbandona totalmente alla volontà divina. Anche il passaggio alla vita religiosa si compie con un nuovo salto. PATRIARCA ABRAMO Secondo il racconto biblico della Genesi, Abramo riceve da Dio il dono di un figlio quando aveva perso la speranza di poterne avere, pochi anni dopo lo stesso Dio gli ordina di sacrificarlo. La richiesta, sebbene incomprensibile, viene accettata ma poco prima del colpo mortale su Isacco, viene fermato dall'angelo del Signore. Abramo decide di fare la volontà di Dio anche se è in conflitto con le leggi umane e con i valori in generale. Egli compie un atto di fede, abbandonandosi completamente a Dio, l’esistenza religiosa implica una “ ”. La scelta di una vita religiosa è una scelta di solitudine poiché non è condivisibile e incomunicabile (Abramo non dice nulla neanche alla moglie), al centro di essa si trova il rapporto personale ed esclusivo del singolo con Dio. Se nella vita etica l’uomo sa quali azioni sono giuste, in quella religiosa non può avere questa certezza. L’abbandono alla volontà divina fa sì che la vita religiosa abbia un carattere angosciante. A differenza della DISPERAZIONE ( → il sentimento che l’uomo prova nel confrontarsi con se stessa e la propria finezza, sia nella vita estetica che in quella etica), l’ ANGOSCIA è un sentimento che deriva dal confronto con il mondo ( → nasce dal confronto con le possibilità del mondo e dall’incertezza rispetto alla scelta e dalla libertà che ci costringe a scegliere tra possibilità diverse). Soltanto gli esseri umani provano questo sentimento: gli animali sono mossi dall’istinto gli angeli non possono che scegliere il bene. La libertà si ha solo se c’è davvero la POSSIBILITÀ di peccare e l’angoscia testimonia il fatto che siamo liberi proprio perché nasce dall’incertezza.

 LA FEDE COME SCANDALO Attraverso la figura di Abramo il lettore si trova a confronto con l’assurdità della fede cristiana. La fede è per Kierkegaard un PARADOSSO ( → una credenza contraria alle opinioni comuni) ma è anche SCANDALO, poiché richiede di accettare ciò che è irragionevole o immorale. Scandalosa è anche l’idea di un Dio totalmente trascendente e irraggiungibile e credere che Dio possa essersi incarnato in un uomo (FEDE PROTESTANTE). Queste contraddizioni per Kierkegaard non sono risolvibili e anzi, costituiscono l’essenza stessa del cristianesimo. Il suo cristianesimo è definito “Cristianesimo della croce”, un cristianesimo della sofferenza e dell’angoscia piuttosto che della redenzione e della gioia

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